QUELLO CHE SAPPIAMO DELLA CRISI
QUELLO CHE SAPPIAMO DELLA CRISI:
RIMETTERE LE COSE A POSTO O CAMBIARE POSTO ALLE COSE?
di Rosanna Celestino
Dopo il primo momento di spaesamento, ci sono molto cose che sappiamo sulla crisi (è sufficiente dire “la crisi” per sapere di cosa stiamo parlando). Sapere, questa volta, non servirà a rimettere le cose a posto bensì a cambiare posto alle cose: sappiamo che non si è trattato di un imprevisto, sappiamo che l’assenza di regole non aiuta l’economia e, soprattutto, sappiamo che per superare la crisi dovremo cambiare il modo di pensare.
Sappiamo che non si è trattato di una sorpresa, di un imprevisto, di un destino avverso: si è trattato del naturale risultato di un procedere individualista, avido e arido della società e dell’incrocio di diversi livelli di responsabilità e collusione. Non si è trattato di un imprevisto più di quanto non sia stato un imprevisto l’inabissamento del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg. È vero che solo pochi erano a conoscenza, a bordo del transatlantico più moderno e sicuro mai costruito, della reale situazione; che si preferì, più o meno consapevolmente, ignorare il pericolo continuando a danzare, bere e amoreggiare; che si decise scientemente di sacrificare quelli della classe più povera; che l’idea di essere la migliore nave possibile fece abbassare la guardia verso le regole di sicurezza e che la stessa idea fece ritardare i soccorsi perché si riteneva impossibile che ciò che stava accadendo potesse accadere realmente: tutto drammaticamente vero e tragicamente possibile. Così, per la crisi che oggi affonda quello che si considerava il migliore dei sistemi economici possibili (soprattutto dopo il disfacimento del sistema socialista), molti erano a conoscenza della situazione ma non hanno potuto o saputo fare nulla; molti hanno ignorato gli innumerevoli segnali sperando che la musica non si fermasse mai; alcuni, consapevoli di ciò che stava accadendo e che sarebbe accaduto, hanno cercato e cercano di trarne il massimo vantaggio; moltissimi sono stati e saranno scientemente sacrificati.
Un’altra cosa che sappiamo è che il mercato è solo un luogo. Un luogo fisico o virtuale nel quale avvengono scambi che devono essere regolati da norme conosciute, condivise, rispettate. Oggi sappiamo che il mercato, come ente al di sopra delle parti e capace di autoregolamentazione, è solo un’idea che ha rappresentato un modo elegante per dire “gli scambi avvengono senza regole: vinca il più furbo”.
Durante il Festival dell’Economia di Trento del 2007, l’economista Partha Dasgupta[1] disse che l’economia si basa “semplicemente” sulla fiducia. A due anni di distanza l’affermazione è tanto più vera quanto più la disillusione (la mancanza di fiducia) è il nocciolo della crisi.
[1] Docente di Economia all'Università di Cambridge e Fellow del St John's College, membro di prestigiose accademie e comitati scientifici, è uno dei maggiori economisti mondiali. Si occupa in particolare delle relazioni tra ambiente, sviluppo economico, capitale sociale. Tra i suoi libri pubblicati in italiano: Benessere umano e ambiente naturale (Vita e Pensiero 2004) e Povertà, ambiente e società. Il ruolo del capitale naturale e del capitale sociale nello sviluppo economico (Il Mulino 2007).
Vota questo post


