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AUTOSTIMA

di celestinoassociati (06/04/2007 - 12:35)



“Una definizione di “bassa stima” di sé?
Davanti ad una porta automatica penso sempre che potrebbe non aprirsi!”

Nella mia esperienza di formazione alle pari opportunità, ho incontrato tante donne che temevano “le porte automatiche”: l’idea di non essere viste, di non essere “lette”, di non essere abbastanza “presenti”, di avere un corpo “inconsistente”.In una traduzione letterale, l’autostima è la considerazione, stima, che abbiamo di noi stessi. Alla sua base c’è quindi una “auto valutazione”, un valore che ci attribuiamo sulla base delle esperienze affettive (sentirci accettati, riconosciuti) e cognitive (le conoscenze, le cose che sappiamo fare) accumulate, Il concetto di valutazione ci porta, inevitabilmente, all’idea di un “sistema di riferimento” con il quale misurarsi. Il sistema di riferimento sul quale si basa la valutazione di sé è costituito dall’insieme delle “regole” e “valori” culturali, sociali, economici e politici propri del contesto nel quale la persona si confronta e si valuta. L’autostima, nel suo significato di “valutazione di sé”, non è un “fatto privato” che si gioca nell’intimità individuale: è un fatto sociale, culturale, politico ed economico.
Per questo motivo, per molti anni, il tema dell’autostima è stato al centro del pensiero femminista: quando non trovi nei libri di economia il “valore” del lavoro casalingo, quando ci devono essere “quote” di rappresentanza, quando la religione o la politica parlano solo al maschile (pensate alla parola “governante”: se la decliniamo al maschile pensiamo ad un Capo di Stato, se la decliniamo al femminile pensiamo ad una persona di servizio), quando in molti paesi le donne non possono avere la proprietà di beni (terra, casa, mucca o altro…), ecc., è naturale pensare di “valere meno”. E comportarsi di conseguenza. Interessanti studi effettuati negli anni novanta a Los Angeles sulla popolazione femminile nera ed ispanica, (dopo i gravi disordini che devastarono la città) hanno evidenziato il rapporto tra una bassa valutazione di sé e i comportamenti distruttivi e autodistruttivi: dall’alcolismo alla prostituzione, dalle violenze famigliari ai disturbi dell’alimentazione. Se non mi attribuisco valore…il mio corpo non ha valore, la mia vita non ha valore, l’altro non ha valore. Ma l’autostima non è un “problema di genere”, bensì un aspetto che riguarda donne e uomini. È vero che l’uomo si è, fino ad oggi, nascosto abbastanza bene dietro certezze, modelli, sistemi di pensiero che gli hanno permesso di confrontarsi, e quindi riconoscersi, “in positivo”; ma è anche vero che oggi l’uomo affronta una crisi esistenziale profonda perché le sue certezze si sono frantumate nello scontro con modelli sempre più esigenti (prestazioni “estreme” nel lavoro, nello sport, nel sesso), il suo ruolo ”dominante” è squilibrato nel rapporto con un ruolo femminile più forte e consapevole, la pressione costante (ansia da prestazione) induce una pervasiva sensazione d’inadeguatezza. Dagli atteggiamenti autodistruttivi a quelli distruttivi, la gamma delle conseguenze della “disistima” maschile è variegata: dalla deriva sociale agli estremismi ideologici, dall’edonismo sfrenato all’aumento delle violenze sessuali (lo stupro come ultima manifestazione della supremazia, del dominio sull’altro). Ma anche nella nostra piccola e conosciuta vita quotidiana, più cerchiamo di acquisire i simboli e gli “emblemi” della riuscita, del successo, più sentiamo un vuoto, una mancanza, una insoddisfazione senza nome. Così pensiamo di dover acquisire altri simboli, altri emblemi… Ci assegniamo nuovi obiettivi: una casa più bella, una seconda casa, una macchina nuova, un viaggio avventuroso, una nuova avventura, ecc. Entriamo in un “trip” (in un viaggio) che ci travolge: ci muoviamo, corriamo, senza sapere dove stiamo andando, perché, per soddisfare cosa. Apparentemente diamo un grande valore a noi stessi ma in realtà il valore è degli “oggetti” della nostra vita (un valore economico: il “prezzo” di ciò che abbiamo e facciamo). Riassumendo, il valore che ci attribuiamo è eterodiretto, è indotto, guidato, formato, dal contesto. Fin dall’attesa di nostra madre, i suoi pensieri su di noi, le sue immaginazioni, i suoi sogni, così come le sue ansie, le sue paure o le sue incertezze, hanno rappresentato le nostre prime esperienze di accettazione o rifiuto, riconoscimento o disconoscimento. Da bambini, poi, i nostri comportamenti sono stati accettati o rifiutati a seconda delle regole condivise in quel dato luogo e momento: “un maschietto non piange”, “questi sono giochi da maschio”, “non fare la femminuccia”, “non fare il maschiaccio”…: imperativi comportamentali che, allontanandoci da noi stessi, dai nostri desideri, dalla nostra curiosità, ci portano ad adeguarci a modelli esterni per rispondere al bisogno istintivo di sentirci accettati, riconosciuti dall’altro. Per soddisfare questo bisogno siamo disposti a tutto: anche ad abbandonare noi stessi, ad annullarci. Questa “rincorsa” al riconoscimento, anziché condizione, bisogno naturale, può diventare l’obiettivo stesso della nostra vita. Quando esprimiamo una valutazione su noi stessi, quando ci descriviamo, di cosa, realmente stiamo parlando?
Quando pensiamo di poter o non poter fare qualcosa, di poter o non poter cambiare, quando pensiamo a noi come a “vincenti” o a “falliti”, quel pensiero, cosa esprime? Quando “cerchiamo noi stessi”, sappiamo cosa cercare e, sapremmo riconoscerci una volta “trovati”? Da cosa è formato questo “noi stessi”? Chi è questo “noi stessi”? L’idea che abbiamo di “noi stessi” (e la valutazione che ne consegue) non è forse formata da idee, parole, costruzioni prodotte dalla relazione con il “mondo” esterno?
Un mondo esterno che ha un bisogno di controllo. La società ha bisogno di controllare i comportamenti e l’individuo ha bisogno di sentirsi parte della società: una complementarietà tanto “perfetta” quanto “pericolosa”. L’uomo è un essere sociale ed in quanto tale ha bisogno di “sentirsi parte” e, nello stesso tempo, sempre come essere sociale, ha bisogno di ridurre l’ansia prodotta dall’incertezza controllando e prevedendo i comportamenti propri e dell’altro. La pericolosità della complementarietà “appartenenza-controllo”, è nell’allontanamento progressivo dall’individuo come “originalità”, “unicità”.
Quando il modello esterno prende il sopravvento, quando va al di la della “regolazione” dei rapporti all’interno di un gruppo, di una comunità, di una società, per diventare l’unico riferimento, il metro, la bilancia del bene e del male, del giusto e sbagliato, del bello e del brutto, l’uomo, come individuo, è perso, si è allontanato tragicamente da se stesso. Ciò che desidera ha a che vedere con se stesso o, piuttosto, con ciò che pensa di “dover” desiderare? Noi siamo si un prodotto relazionale (la relazione con il “mondo”), ma possiamo essere in relazione, in scambio con l’altro (con il “mondo”), solo se siamo in grado di riconoscere i nostri bisogni, desideri, talenti. Altrimenti siamo “persi” in un magma di bisogni, desideri, talenti che non ci appartengono, ci costringiamo a vivere una vita che non è la nostra.
Avendo lavorato per molti anni con gruppi di donne, ho raccolto tante storie di vite “perse”: scelte fatte sempre per qualcun altro (per i genitori, per i figli, per il marito, ecc.), accettazione di situazioni ingiuste, la rinuncia ad un proprio spazio ed ad un proprio tempo.La condizione di “allontanamento” da se ha raggiunto, oggi, livelli parossistici.
Ma come riprendere contatto con se stessi se questo “se stessi”, in fondo, è una costruzione astratta, un’insieme di idee indotte in una sorta di gioco degli specchi? C’è un qualcosa che “sono io”, inequivocabilmente, sinceramente, che testimoni della mia esistenza ma che non sia una “biografia” di idee-parole prodotta dal gioco di specchi dell’appartenenza e del controllo? C’è un altro modo di intendere l’autostima? C’è un senso, un approccio meno “meccanico” ed eteroditetto?
Nel francese parlato, autostima si traduce con “confiance en soi” : fiducia in sé. Fiducia nelle proprie capacità, che non significa sentirsi super uomini o super donne, ma, “semplicemente”, saper contare sulla propria conoscenza di sé, sulla consapevolezza dei propri punti forti e dei propri limiti (un ragionamento a parte sarebbe interessante sul concetto di limite: limite come confine che può essere inteso sia come “chiusura e protezione” ma anche, è più correttamente come “luogo dell’incontro” con l’altro, con la diversità. Pensiamo ai confini di stato: è si luogo che delimita un territorio, ma contemporaneamente è luogo di incontro di due territori diversi; e “le zone di confine” sono sempre particolari e ricche di “contaminazioni” culturali. Una lettura positiva del concetto di limite ci porta a pensarlo come individuazione di opportunità, di potenzialità). Saper di “poter sbagliare” perché si ha la fiducia nelle proprie capacità di apprendere e cambiare. Saper di poter perdere, perché si ha la fiducia nella propria capacità di “ricominciare”. Saper di poter ridere o piangere, di mostrare la propria gioia o il dolore, perché si ha la consapevolezza che la propria “dignità”, il proprio valore, dipendono proprio dalla nostra capacità di essere “trasparenti”. Saper esprimere il proprio consenso ed il disappunto, le proprie aspettative e delusioni, perché si ha la fiducia nella propria capacità di esporsi all’altro, di ascoltare e “scambiare” con l’altro (comunicare), nella consapevolezza che “l’altro” non è una minaccia, ma una opportunità da esplorare. Saper stare con gli altri e saper stare da soli. In altre parole, questa “confiance en soi” è volersi bene, prendersi per mano. Non si tratta di adorare la propria immagine riflessa come nel mito di Narciso, ma di sentire la propria “presenza”, esserci, sentire il proprio peso, l’energia, la forza vitale del corpo, sentire il proprio respiro che si diffonde in tutto il corpo: questo è quel “ben-essere” in cui l’io aderisce al suo stato corporeo, lasciandosi invadere dalla calma, dal silenzio, ascoltando e ascoltandosi vivere. “C’è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza” – F. Nietzsche Also sprach Zarathustra. Ecco il terreno dell’incontro, del contatto, ecco “se stessi”: il nostro corpo.
Il nostro corpo ha memorizzato tutte le nostre esperienze, ma non ne parla, esso è le nostre esperienze. Il nostro corpo, ogni momento nuovo e, nello stesso tempo, memoria viva; il nostro corpo che raccoglie il passato ma vive, istante per istante, il presente.

Tag: autostima,corpo,poesia

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